Saigon mon amour

Saigon, mon amour.

Non è la sensazione un po’ frantic che ho avvertito durante io mio primo contatto con Saigon, ma il tipo di feeling che si sedimenta dentro di te inconsapevolmente,  finché un giorno ti rendi conto che è lì.

Amo le baluginanti contraddizioni della sua cultura, l’ordine nascosto nel caos scandito da milioni di motociclette, dal carosello di mille volti esibito ogni giorno ai suoi visitatori, e soprattutto, amo la dolcezza e l’innocenza della sua gente.

Lo scorso maggio, girai Saigon come un forsennato, freneticamente per assorbirne quanto potevo in quei indimenticabili cinque giorni.

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Stazione centrale di Saigon, disegnata da Gustave Eifell.

Tuttavia, questa volta, con dodici giorni, ho provato ad assaporare di più.

Promenade Saigon

Ho fatto molte passeggiate, adoro la promenade in sè, senza mappa, senza un itinerario, e senza sapere come comunicare verbalmente a parte l’elementare cảm ơn (grazie), xin loi (mi dispiace, scusami), xin chào (ciao), e il choyoy makwa (ti pare).

Sono sicuro che l’ortografia è lungi dall’essere corretta, ma ‘choyoy makwa’ va bene un po’ dappertutto.

Con mia sorpresa (o forse no), non mi sono mai perso, e ho sempre trovato la strada del ritorno in hotel.

Prendendo l’autobus ho avuto l’occasione di scoprire intere sezioni della città che in una corsa in taxi non avrei percorso abitualmente.

Ca phe sau a Saigon

Ogni giorno mi sedevo sulle minuscole sedie da caffè da marciapiede per gustare non ca phe sau da (al latte), e svariati com (piatti a base di riso).

La proprietaria di casa era gentile e dolce con me, considerandomi uno di casa nonostante la brevità della nostra conoscenza. Abbiamo discorso dei loro viaggi in Europa, in Cina, e ho familiarizzato anche con in suoi pestiferi nipotini, le cui domande erano senza fine.

Andavo alle feste dei locals; mi trattavano come un vecchio amico, tanto da farmi salire in sella alla moto senza il casco; e un altro che, ubriaco, mi sfidò a bere un cicchetto dietro l’altro per provarmi che reggesse la vodka locale più di me.

Ho anche incontrato un “viet kieu” che ha fermamente informato tutti che lei era americana, per favore, non vietnamita, anche se è nata in Vietnam da genitori vietnamiti ed è emigrata negli Stati Uniti quando aveva già sei anni.

Ho anche incontrato altri che, nonostante la barriera linguistica, mi hanno fatto sentire come se fossi un Saigonita nativo, accolto ovunque e in qualsiasi momento nella vecchia Saigon.

Incontri a Saigon

Ho incontrato anche molti amici stranieri, quelli che si sono radunati lungo Pham Ngu Lao, la De Tham e altre strade nel distretto dei backpackers.

C’era il ragazzo olandese che ha viaggiato in tutto il mondo per due anni; la coppia tedesca dalle teste rasate che sollevava la curiosità di tutti; e il giovane americano che sapeva parlare tre lingue e che somigliava molto al giovane Tom Cruise.

Ho incontrato un tizio tedesco che aveva promesso di preparare una vera torta ‘foresta nera’ per noi  e l’inglese alto e snello, derubato tre volte in due settimane e che ha perso il suo laptop, due telefoni cellulari e una fotocamera digitale, ma non la sua fiducia in Saigon.

Ricordo anche il ragazzo polacco che era in cerca di una moglie vietnamita; il simpatico spagnolo che mi ha fatto desiderare di poter ancora parlare spagnolo; e il chiropratico americano di mezza età i cui clienti includevano grandi nomi nel mondo dello sport.

Tutte queste persone erano parte di Saigon e hanno avvertito il suo fluido impercettibile ma pervasivo, un potere che li trattenuti lì un po ‘più a lungo.

Tornerò sempre a Saigon, ancora e ancora, alla vista confortante delle sue motociclette, al suo ca phe sau e al delizioso bahn mi (sandwich), e alle persone che mi hanno fatto sentire a casa.

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Il tipico bahn mi sandwich che puoi gustare a Saigon.

Non ho proprio lasciato il mio cuore a Saigon, ma i miei ricordi della città e della sua gente saranno sempre con me.

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